Quando rientrare a volte fa male

Ormai è passato un po’ di tempo dall’ultimo post scritto in questo blog, probabilmente è stato l’inconscio ad allontanarmi perché l’articolo risale al 25 aprile, giorni in cui è venuta a mancare mia nonna, nonna Vina, la quale mi ha cresciuto come una seconda madre, quando mamma era a lavoro e faceva i turni e successivamente quando è venuta a mancare nel 2002, nonna Vina ha proseguito con il suo atteggiamento amorevole di nonna che sa di dover essere presente per i nipoti.

Ovviamente come tutte le volte che viene a mancare una persona cara, ci si rende conto di quanto non gli si è detto mentre era in vita, di quello che non si è fatto per dimostrare la riconoscenza, quanto non si è espresso con gesti e parole preferendo invece portare avanti faide familiari di incomprensioni e atteggiamenti menefreghisti nei confronti dell’impegno che invece, metteva lei, nel fare andare tutto liscio.

Saranno le origini abruzzesi che mi ha trasmesso nonna, saranno state le abitudini anaffettive che mi ha dato la mia famiglia (non ci siamo mai dichiarati amore materno/paterno/fraterno esplicitamente), sarà stato soprattutto il fatto di vivere tutti sotto lo stesso tetto a non farmela considerare la nonna della domenica, la nonna dalla quale si andava a pranzo tutti insieme, o che si andava a trovare nel fine settimana a farla passare un po’ in secondo piano.

Ma come dicevo prima, per quanto tu ami una persona, nonostante tu glie lo dica, nonostante tu faccia del tutto per dimostrarglielo, quando muore, hai sempre quella sensazione di “se io avessi fatto, se avessi detto” e non ce la leva nessuno di dosso questa cosa, capita a me, ma sono sicura capiti a tutti e si, ho la presunzione di dirlo.

Ad ogni modo, ormai ho elaborato l’ennesimo lutto familiare, lutto che ha portato via la seconda donna della casa e che nonostante io l’abbia digerito, mi lascia sempre un tarlo in testa che ho paura solo lontanamente di analizzare e per questo sorvolerò.

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Quel giorno scrissi “liberazione” non sapendo minimamente come sarebbe andata la giornata, avevo pensato alla liberazione del corpo dal dolore (era rientrata in ospedale a 2 ore dall’ultima dimissione), avevo inteso appunto la liberazione da quella sensazione di impotenza nei confronti di un corpo che aveva smesso di brillare ma che a fatica lasciava la lotta.

2 minuti dopo la pubblicazione di quel post arrivò la telefonata di mio padre il quale mi suggeriva di andare in ospedale per darle l’ultimo saluto, arrivai ma era ormai troppo tardi, e così quel 25 aprile è stato veramente il giorno della libertà.

Probabilmente, anche se sembrerà un concetto sciamanico, non ho più scritto perchè quel giorno, lei era ancora in vita.

Da questa esperienza ho capito che è molto semplice dire “spero smetta di soffrire presto perché una vita così non le si addice, lei non si merita una fine tra dolori e stati vegetativi”, è semplice perché in fondo mentre si pronunciano queste frasi si spera sempre nel miracolo, perché nel momento in cui le dici e ti trovi di fronte la realizzazione del pensiero, beh, onestamente, ci rimani veramente di male.

Ed ora mi impegnerò a farvi conoscere le ricette che preparava lei, che me la ricordano, che mi fanno ripensare a quando la domenica mattina mi svegliavo con il profumo di parmigiana o di sugo di carne, di quando mi preparava l’uovo col pomodoro o di quando mi ha cazziato quando le chiesi “Nonna, mi insegni a fare le ciriole?” e lei risposte “je te pozz pur’ nsegnà, ma s’arai ma campace ‘ntamme” (ti posso anche insegnare a farle ma non sarai ai capace di farle come me)

Ciao nonna, salutami mamma se la incontri ok?

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